Desy Giuffrè Festa della donna

I'm Woman - Giornata Internazionale della Donna - 8 Marzo 2014

sabato, marzo 08, 2014Desy Giuffrè


Cari lettori, 

riesco a fare una visita veloce a casa Holly Girls oggi, 8 Marzo 2014, in occasione di una Festa sì tinta di rosa ma, soprattutto, di orgoglio e dignità.
La giornata Internazionale della Donna festeggia un lungo cammino segnato da vittorie e sconfitte, gioie e dolori, conquiste e discriminazioni a cui le donne, ancora oggi, devono andare incontro. 

Un mondo, quello femminile, tanto fragile quanto determinato e costante nella sua marcia in salita . Un mondo che continua a mantenere il suo fedele primato nella scala dei pregiudizi comuni, ancor più se il campo "minato" risulta essere quello lavorativo. 

Discorsi come questo potrebbero prolungarsi all'infinito, rischiando di apparire terribilmente banali e volti ad un'auto-commiserazione che, lungi dal mio intento, riuscirebbe persino ad annoiare qualcuno. 

Ebbene no, sono felice di schierarmi dalla parte di chi è deciso a trascorrere questa giornata con un sorriso al sorgere del sole, tanta voglia di Primavera -che, finalmente, presto ci raggiungerà!- e l'infantile curiosità di aprire la finestra sul mio giardino per scoprire se i bottoncini gialli della mimosa fanno già capolino dai rami ancora teneri dell'arbusto -da poco piantato-. ^^

Questa gioia meritata, però, non dovrebbe farci dimenticare gli anni trascorsi per ottenerla, né le difficili prove che qualcuno, per noi, ha dovuto superare. 

Decido, dunque, di lasciarvi così i miei auguri, riproponendo un racconto pubblicato su Holly Girls lo scorso anno. Il suo titolo è "Sorridi... o muori!"

 La zuppa bolle in pentola, il pollo al curry si mantiene caldo in forno e il dessert è già pronto da due ore. I biscotti per il tè li avevo preparati ieri sera, un modo come un altro per smaltire la tensione accumulata durante il giorno e tenere le mani occupate ad impastare.
Così, non appena il campanello trilla per avvisarmi che la signora Miranda è venuta a farci visita come ogni giovedì pomeriggio, posso essere soddisfatta del vassoio ricolmo di ciambelline al cioccolato che a breve intratterranno le nostre bocche durante la chiacchierata in soggiorno.
Prima di ricevere l’anziana ospite, lancio attorno a me un’occhiata furtiva ma attenta ad ogni particolare: tutto è perfettamente in ordine, dal pavimento incerato ai girasoli che ho sistemato qua e là per dare un po’ di colore alla casa…e alla mia vita.
«Oh, Rossella! Ma come fai a gestire tutto in maniera tanto impeccabile? Sei un vero portento, vorrei proprio conoscere il tuo segreto!».
È il saluto rituale con cui la mia vicina dà il via alla sua entrata in scena. Senza mai ricevere da me una risposta alla sua domanda, ovviamente. Perché il mio è un segreto inconfessabile. Spietato. E manderebbe a monte l’intero palcoscenico di menzogne che ho imparato a costruirmi addosso giorno dopo giorno.
Sorrido amabilmente ad ogni sciocchezza che la donna blatera a perdifiato, porgendole di tanto in tanto un dolcetto o versandole un altro po’ di tè nella tazza; la noia inizia a farsi sentire, ma sopporterei ben volentieri questa finta tregua appena scesa tra le mura domestiche, se questo significasse poter avere qualche ora in più di serenità.
Finché non lo sento arrivare. È lui. I suoi passi rimbombano sul parquet delle scale come fossero boati di un vulcano in procinto di esplodere. L’agre profumo del dopobarba che è solito usare pizzica le mie narici, e una fredda goccia di sudore si va a formare sul mio collo per poi scendere lungo la schiena a procurarmi un brivido.
Allarga le labbra in un ampio sorriso che infonde buonumore, sicurezza. Nessuno potrebbe mai credere che dietro questo suo ghigno distorto si nasconda la maschera del silenzio. Dell’umiliazione. Della violenza. Della morte.
Mio marito si unisce al nostro tavolo e finge di volermi aiutare, mostrando una falsa attenzione nei miei riguardi che rischia di farmi vomitare da un momento all’altro. Mi porge una ciambella quasi a volermi imboccare, ammiccando a Miranda con fare complice e divertito, palesando un bene a me rivolto come fosse il migliore dei mariti che ogni donna potrebbe mai desiderare.
Dopo circa dieci minuti di evidente imbarazzo da parte dell’anziana, questa si alza accomiatandosi timidamente e farfugliando una scusa per andar via e lasciarci da soli. Forse pensando di farci cosa gradita...non certo immaginando quel che il suo saluto possa significare per me: l’inizio di una nuova lotta alla sopravvivenza. Il via al macabro gioco di sangue che tra pochi istanti prenderà vita qui, proprio qui, tra le mura della mia casa linda e profumata.
Lui -il mostro- l’accompagna all’uscita e non smette di salutarla finché non la vede svanire dietro l’angolo.
Poi chiude a chiave la porta, e resta di spalle per un attimo. Respira a fondo, un respiro tutt’un tratto divenuto pesante, affannato. È lo sbuffo della bestia che sta per svegliarsi, il ringhio dell’assassino che improvvisamente si gira a guardarmi dritto negli occhi, pronto a richiedere in conto la mia carne.
Si cambia scena.
Non capirò mai perché, nonostante ogni volta cerchi disperatamente di sfuggire alla sua presa, per lui sia sempre così facile raggiungermi e poter iniziare a fare di me ciò che vuole. La cera con la quale ho da poco lucidato il pavimento mi è nemica, e continuo a scivolare ad ogni tentativo di rialzarmi. I colpi volano tra l’addome e la testa, finché il sapore del sangue mi brucia la lingua.
«Sorridi, maledetta! Ti ho detto di sorridere! Perché mi costringi a trattarti così, eh? Perché?!».
La sua voce e la follia delle parole che grida lacerano qualsiasi mia speranza di poterlo fermare. Il macabro sorriso che cerca di plasmare sul mio volto è morto già da molti, troppi anni. Ma questo, lui non vuole…non può accettarlo.
Quando il dolore inizia a divenire sordo e il mio corpo cerca di difendersi in quella sorta di sonno della coscienza che potrebbe permettere al mio carnefice di finirmi una volta per tutte, un suono lontano batte a intermittenza nella mia testa, scuotendo i nervi come fossero corde di uno strumento ridotto in mille pezzi, eppure ancora capaci di vibrare dando segno della loro esistenza.
Le sirene della polizia appena giunta echeggiano per tutto l’isolato, richiamando i vicini alla realtà che li circonda e che non  hanno mai mancato d’ignorare con scrupolosa attenzione. Il frastuono irrompe tra i calci del mostro che ancora volano sulla mia schiena, dritti come lance infuocate sul mio ventre.
Non è il risveglio da un terrificante incubo, no. È, piuttosto, una forza generatrice che mi afferra per i capelli e mi trascina con prepotenza verso i bordi del baratro dal quale ero caduta. È la luce abbagliante dei neon della mia cucina che mi ferisce gli occhi, quando cerco di riaprirli a stento per via del gonfiore che li ha deformati. È lo stridore di una ferita che si apre per mai più richiudersi, destinata a rimanere lì, ben visibile ai ricordi e allo scorrere del tempo…per non dimenticare.
D’un tratto sento il mio corpo farsi più leggero, liberato dal peso del mio aguzzino e appena accarezzato dalle mani nodose di lei, Miranda: 
«È tutto passato, piccola mia. Perdonami…perdonami per non aver compreso prima ciò che stava accadendo chissà da quanto…»
E, così dicendo, l’anziana donna scopre il collo avvizzito dalle rughe e attraversato, sul lato destro, da una profonda e vecchia cicatrice.
«Avrei dovuto capirlo». Finisce di dire, inghiottendo un pianto che oramai deve conoscere bene.
Senza rispondere con parole che non riuscirebbero a colmare gli abissi di dolore che ci accomunano, le porgo una mano e stringo la sua in una presa forte e decisa, piena di quella voglia di vivere che improvvisamente tutta m’investe e mi consuma, ardendo di luce e intensità propria.
Ma è nell’attimo in cui i miei occhi si posano in quelli che un tempo erano appartenuti a mio marito, all’uomo nel quale avevo riposto la mia intera felicità ridotta oggi in polvere di rimpianti e solitudine, che riesco a ritrovare me stessa: sì, è dalle sue iridi che strappo la mia immagine e me ne riapproprio, proprio come si farebbe con un vestito perso per caso e finalmente ritrovato.
«E adesso…sorridi». Gli dico, un istante prima che lo portino via. E riesco a dirglielo con un sorriso…questa volta, finalmente, sincero.


Tanti Auguri, amiche lettrici... e in particolare a voi, amici lettori: perché possiate cogliere con amore il sorriso della donna che amate! 

Buon 8 Marzo!!

Desy

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"Lo stare insieme è nello stesso tempo per noi essere liberi come nella solitudine, essere contenti come in compagnia."
Emily Brontë

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